di Alessandro Rosanò
Quest’anno va di moda il trikini, anzi no, la scarpa con tacco 12, anzi no, la pochette, anzi no… Invariabilmente, ad ogni stagione, si ripropone il problema di cosa sia in e di cosa sia out, se sia il caso o meno di tenere quel vestito/pantalone/sandalo che si era acquistato l’anno scorso, se sia opportuno rinnovare l’intero guardaroba. Problemi in apparenza futili, che tuttavia sottintendono complesse tematiche, di natura epistemologica.
Monneyron, docente universitario di Letteratura generale e comparata, si confronta in quest’opera con i complessi meccanismi che dominano il fatuo mondo della moda. Occorre tuttavia una precisazione: i meccanismi di cui parla Monneyron non sono propriamente quelli di natura funzionale, che potrebbero interessare, ad esempio, la terribile Miranda interpretata da Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada (questo capo si venderà o non si venderà?), o meglio, lo sono solo di riflesso, in quanto essi derivano dai meccanismi ideali sui quali egli concentra la sua attenzione: vale a dire, capire cosa sia la moda, da dove derivi, in virtù di cosa un quid possa essere definito alla moda o no. Così, è interessante scoprire che la moda, invenzione borghese dell’Ottocento, non sia altro che l’espressione di un continuo meccanismo di rincorsa tra una classe sociale sott’ordinata e un’altra sopraordinata, per cui un certo tipo di vestito o di accessorio prima si afferma presso la ricca borghesia e poi presso il resto della società, la quale mira a somigliare a chi è superiore. Per evitare però di confondersi con chi non le è pari, la borghesia è allora costretta a cambiare, imponendo una nuova moda. E così via, in un costante meccanismo di avvicinamento e allontanamento che, dal XIX secolo, arriva sino ad oggi. Il vestito perde allora (o quanto meno vede fortemente ridimensionata) la sua funzione primaria, quella di coprire e riparare, per divenire un fenomeno sociale, espressivo di uno status, della volontà di conformarsi o di non conformarsi.
L’analisi di Monneyron, benché condotta con piglio eccessivamente scientifico-accademico, risulta interessante in almeno due parti: la prima è quella in cui dimostra come la moda abbia fin dalle sue origini esercitato una forte attrazione sugli scrittori, non solo il dandy Oscar Wilde, ma anche Honoré de Balzac, Alphonse Daudet, Emile Zola, addirittura il “maledetto” Mallarmé, tutti interessati all’affermazione di quel fatto altamente innovativo (sembra anzi che sia stato grazie a Balzac che si sia imposto l’abito nero maschile). E poi, nel Novecento, sarà la volta di grandi pensatori come Sigmund Freud, Herbert Marcuse, Mircea Eliade, Edgar Morin. Nella seconda, Monneyron fa riferimento ad alcuni grandi della moda, come Yves Saint-Laurent, Gianni Versace, Giorgio Armani, Vivienne Westwood, che più che stilisti andrebbero visti come artisti tout court perché in grado di rendere i loro vestiti strumenti di anticipazione sociale: “nella percezione del tempo e dello spazio e soprattutto nella costruzione delle identità sessuali”. Ecco che allora gli indumenti possono diventare “indicatori affidabili delle angosce e delle aspirazioni della società in un dato momento della sua storia”.
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